sabato 26 luglio 2014

Neuroscienze e trappole nella ricerca: occhio alla bufala (e al salmone)



di Luciano Canova 
http://www.greenreport.it/news/scienze-e-ricerca/neuroscienze-e-trappole-nella-ricerca-occhio-alla-bufala-e-al-salmone/ 


Un’affascinante storia sui progressi e gli errori della scienza, vista dall’interno dei laboratori


   Lo sviluppo delle neuroscienze, insieme alla dinamica esponenziale con cui crescono le capacità computazionali, ha rappresentato e rappresenta per la ricerca accademica un’enorme opportunità, come dimostra il crescente numero di pubblicazioni a livello mondiale nel ramo. 
   Il potenziale è sicuramente alto: riuscire a mappare il cervello in vivo con immagini sempre più precise in termini di risoluzione e potere, allo stesso tempo, effettuare test statistici robusti sulle stesse immagini offre l’opportunità, in prospettiva, di fondare una scienza della decisione e dell’analisi del comportamento con basi neurologiche empiriche incontestabili. 
   Come ogni scienza giovane, tuttavia, serve calma e molta prudenza, soprattutto laddove l’approccio neuro-scientifico è utilizzato per altre discipline, quali l’economia. E la prudenza è suggerita dagli stessi neuro-scienziati. La scorsa estate, durante il mio breve periodo di visiting al Laboratorio del Professor Martin Monti (UCLA), un ricercatore del gruppo, Evan Lutkenhoff, mi illustrava la metodologia rigorosissima con cui vengono effettuati gli esperimenti all’interno del laboratorio. 
   E mi ha fatto leggere, come caveat da tenere sempre in mente, un articolo scientifico molto famoso all’interno della comunità accademica che fa studi attraverso l’fMRI (Functional Magnetic Resonance Imaging), la risonanza magnetica funzionale. 
   L’articolo è stato pubblicato da una rivista che ha un titolo molto divertente: Journal of Serendipitous and Unexpected Results. La questione però è estremamente seria. È un lavoro ormai vecchio di 4 anni, che avvertiva rispetto al rischio, nell’utilizzo di questa tecnologia, di incorrere con una probabilità non trascurabile in quello che viene chiamato errore del false positive (falso positivo), l’errore di chi afferma l’esistenza di una relazione statistica tra due variabili quando, invece, questa relazione non esiste. 
   Craig Bennet, autore dell’articolo, dell’Università di California (Santa Barbara) effettuò lo studio su un cervello che veniva sottoposto a scansione e che mostrava un’attività neuronale molto forte. 
   Il cervello era quello di un bel salmone lungo diciotto once e del peso di tre libbre e mezzo. 
   Il piccolo particolare è che il salmone era morto. 
   In realtà, non c’è nessun miracolo nel trovare vita in un cervello morto: l’intento di Bennet era proprio quello di avvisare i ricercatori della comunità accademica sulla possibilità di incorrere facilmente in madornali cantonate. Nulla di male: lo stesso autore ricorda pure che esistono molteplici tecniche statistiche adatte a correggere l’errore ed Evan, a distanza di anni, mi diceva che il problema è stato ampiamente risolto. 
   Il fatto, tuttavia, rappresenta ancora una volta un monito: la ricerca scientifica va fatta con rigore e metodo. 
   Bennet, infatti, mostra dei dati inquietanti nell’introduzione del suo articolo: tra gli articoli pubblicati nel 2008 all’interno delle principali riviste neuro-scientifiche, il 26% di quelli usciti su NeuroImage commetteva lo stesso errore di metodologia volutamente simulato da Bennett con il cervello del salmone; la percentuale saliva a 32,5% per Cerebral Cortex e al 40% per Social Cognitive and Affective Neuroscience
   Ora, veniamo all’economia. Se la ricerca neuro-scientifica è ancora agli albori e avanza con prudenza sulla stimolante strada del progresso, la disciplina economica dovrebbe esercitare il doppio della prudenza, non foss’altro per una mera ragione pratica che introduce l’ultimo ragionamento di questo articolo. 
   Faccio mie alcune osservazioni di Ariel Rubinstein, dell’Università di Tel Aviv, uno dei padri della teoria dei giochi comportamentale. Rubinstein mostra prudenza nei confronti delle ricerche neuro-scientifiche in ambito economico per una questione non banale: il costo di queste ricerche. 
   A parte la necessità di disporre di una macchina per la risonanza magnetica funzionale (il che, già, per un dipartimento di Economia non integrato in un polo ospedaliero, rappresenterebbe un investimento enorme), sottoporre un cervello umano a scansione per un’ora costa 600 dollari circa. 
   Gli studi neuro-scientifici si basano su un campione di osservazioni spesso non superiore alle 50 unità (per ovvie ragioni), il che ovviamente esclude ogni rappresentatività del campione. 
   Ora, Rubinstein dice: quando uno studio neuro-economico è fatto bene (e ce ne sono, come mostrano i lavori di Benedetto De Martino, già intervistato su questo giornale), il più delle volte riesce a replicare con una metodologia innovativa risultati già noti all’economia sperimentale, le cui ricerche, pur onerose, costano molto meno (20-30 dollari a soggetto reclutato). 
   Quando è fatto male, però, rischia di prendere, in parole potabili, una cantonata clamorosa. 
 La ricerca neuro-scientifica, insomma, rappresenta un’opportunità incredibile di avanzamento nella conoscenza di quella black box che è ancora il cervello umano. Gli investimenti non sono solo utili, ma necessari per migliorare le tecniche di analisi e ottenere risultati importanti. Tuttavia, varrebbe la pena di non lasciarsi andare a troppo facili entusiasmi, perché l’unico miracolo sarebbe quello di moltiplicare i pesci morti resuscitati. 

venerdì 25 luglio 2014

La Consapevolezza aiuta a mantenere sana la mente


Foto: ©photoxpress.com/Bergé
a cura di [lm&sdp]
   La cosiddetta meditazione “Mindfulness”, o Consapevolezza, è stata rivisitata da un team di esperti che ne conferma scientificamente l’efficacia nel mantenere o ritrovare il benessere mentale e, infine, anche fisico e migliorare la qualità della vita. 

   Pubblicato sull’ultimo numero di Frontiers in Human Neuroscience, è il lavoro degli esperti del Brigham and Women’s Hospital (BWH) di Boston (Usa) in cui si propone un nuovo modello che cambia il modo di vedere e approcciarsi alla Mindfulness, o Consapevolezza. 

   La Mindfulness, è una forma semplice di meditazione che intende far diventare padroni del momento in cui si vive (quello presente) e, pertanto, della propria vita. 

   La Consapevolezza, così come spesso interpretata, si ritiene limitata a una sola dimensione della conoscenza. Al contrario, gli scienziati del BHW hanno dimostrato che la Consapevolezza implica in realtà un ampio quadro di complessi meccanismi del cervello, supportando la tecnica e i suoi effetti con la scienza. 

   Si è così dimostrato come il raggiungimento della Consapevolezza attraverso la meditazione abbia aiutato le persone a mantenere in salute la propria mente. Costoro sono in grado di controllare emozioni e pensieri negativi come il desiderio, la rabbia e l’ansia. Per converso sono in grado di incoraggiare disposizioni maggiormente positive come la compassione, l’empatia e il perdono. 

  La Mindfulness dunque funziona – e lo provano ormai numerosi studi e i molti manuali usciti a opera di diversi esperti. Tuttavia, come funzioni esattamente è ancora un mistero, anche per gli scienziati. 

   Questo nuovo modello è stato recentemente presentato a Sua Santità il Dalai Lama durante un incontro privato. Lavoro che prendeva il titolo di: “Mind and Life XXIV: Latest Findings in Contemplative Neuroscience”. 

   In questo innovativo lavoro, i ricercatori hanno identificato una serie di funzioni cognitive che sono attive nel cervello durante la pratica della Consapevolezza. Sebbene, come detto, non si sappia ancora spiegare il perché di questo fenomeno, dette funzioni cognitive aiutano la persona a sviluppare la consapevolezza di sé, l’auto-regolamentazione e l’auto-trascendenza (S-ART), che costituiscono il quadro di trasformazione per il processo di Consapevolezza. 

   In questo quadro di meccanismi scientificamente accertati, i ricercatori sono stati capaci di evidenziare 6 processi neuropsicologici, o meccanismi attivi nel cervello durante la pratica della Consapevolezza e che supportano il processo S-ART. 

   I processi iniziano partendo dall’intenzione e la motivazione a voler raggiungere la Consapevolezza, seguita da una presa di coscienza delle proprie cattive abitudini. Una volta che questi processi sono fissati, la persona può iniziare a controllare se stesso e le proprie emozioni. In particolare la persona riesce a essere meno reattiva emotivamente e recuperare più velocemente dai possibili turbamenti conseguenti alle emozioni negative. 

   Attraverso la pratica continua – spiega nella nota BHW il principale autore dello studio, dottor David Vago – la persona può sviluppare una distanza psicologica da ogni pensiero negativo e può inibire gli impulsi naturali che costantemente alimentano le cattive abitudini. Il risultato della pratica è un nuovo Sé con una nuova abilità multidimensionale regolata per ridurre distorsioni nella propria esperienza interna ed esterna e sostenere una mente sana». 

   Ecco pertanto ancora una prova che la meditazione nelle sue varie forme, e anche in questa nuova e semplice metodica, può essere davvero utile per la salute della mente e una migliore qualità della vita. 

giovedì 24 luglio 2014

Dagli Animal Spirits alla Neuroeconomia: Quando la Psicologia si Integra con l’Analisi Economica



di Filippo Poli


   John Maynard Keynes lo aveva intuito: le emozioni umane incidono sull’andamento dell’economia, basti pensare al modo in cui modellano la fiducia dei consumatori. 


 L’autore della Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta ricorreva già nel 1936, anno di pubblicazione dell’opera, all’espressione animal spirits,  al fine di alludere proprio alla dimensione emozionale ed istintuale che orienta il comportamento umano. 
  Più recente è invece lo sviluppo di quel progetto di ricerca che risponde al nome di neuroeconomia. Essa è caratterizzata da un approccio multidisciplinare nel quale trovano spazio economia, neuropsicologia, neurofisiologia e neuroimmagine. L’obiettivo è quello di riconoscere le aree cerebrali e i correlati neuronali sottesi ai processi di decision-making che i soggetti decisori attivano. 
 I risultati ottenuti grazie all’impiego del paradigma di ricerca proprio della neuroeconomia hanno contribuito al superamento di quel concetto di razionalità piena che, basandosi su un approccio normativo, intendeva prescrivere il modo in cui le persone avrebbero dovuto scegliere. Per anni, economisti come von Neumann Morgenstern hanno supposto che gli individui fossero esseri puramente razionali, capaci dunque di soppesare correttamente i vantaggi di ciascuna alternativa di scelta. 
  Studi condotti col metodo della risonanza magnetica funzionale, che misura il flusso sanguigno richiamato dalle diverse aree cerebrali, hanno permesso alla neuroeconomia di scattare una sorta di istantanea delle zone del cervello che si attivano in corrispondenza di dati processi mentali. 
 Un esempio può essere utile per chiarire questa metodologia. Si pensi al cosiddetto ultimatum game: qui un soggetto proponente, impegnato nella suddivisione di una somma di denaro, avanza al proprio partner un’offerta di ripartizione monetaria iniqua; quest’ultimo può scegliere se accettare o meno tale proposta. Qualora non accetti, entrambi i giocatori non ottengono nulla. Ebbene, nonostante l’agire razionale suggerisca come anche un piccolo guadagno sia finanziariamente meglio di nulla, il partner rifiuta sistematicamente l’offerta giudicata non equa
   La neuroeconomia ha mostrato come nel gioco dell’ultimatum intervenga una parte del cervello nota come insula, coinvolta nell’elaborazione emotiva della situazione. Questa evidenza mostra quindi come la scelta di rifiutare l’offerta giudicata incongrua sia dovuta al prevalere di una reazione emozionale rispetto al mero calcolo monetario.
   Con tutta evidenza, i risultati della neuroeconomia hanno contribuito e potranno contribuire in futuro a fare luce sui meccanismi che stanno alla base dei processi decisionali. Ciò potrà poi consentire di mettere a punto strategie d’azione basate su modelli economici non più astrattamente concepiti, bensì supportati dalle conoscenze sul funzionamento delle aree cerebrali