venerdì 23 settembre 2016

Gli esseri umani di tutto il mondo danzano (quasi) allo stesso ritmo


di Giovanna Bianchi

 Un nuovo studio condotto da Università di Exeter e Tokyo University of the Arts ha rivelato che i canti di tutto il mondo tendono a condividere alcune caratteristiche, tra cui il ritmo trascinante, che consentono la coordinazione dei movimenti nei cerimoniali e incoraggiano il legame di gruppo.
 Nonostante decenni di scetticismo sull’esistenza di aspetti universali e transculturali nella musica, lo studio dimostra la presenza di caratteri comuni nella musica mondiale. I risultati, pubblicati su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), rafforzano l’idea che la musica è un potente collante sociale che aiuta a tenere insieme le comunità umane. Thomas Currie, del Centro di ecologia e conservazione presso il Penryn Campus dell’Università di di Exeter, ha detto:

 I nostri risultati aiutano a spiegare perché gli esseri umani fanno musica. Essi ci mostrano che le caratteristiche più comuni riscontrate nella musica di tutto il mondo sono legate a quegli aspetti che permettono agli individui di coordinare le loro azioni, suggerendo che la sua funzione primaria sia tenere unita la gente e rafforzare la coesione dei gruppi sociali.
 In Occidente siamo portati a pensare alla musica come qualcosa che permette agli individui di esprimersi o mostrare il proprio talento, ma a livello globale essa tende a essere più che un fenomeno sociale. Anche qui da noi vediamo manifestazioni come i cori di chiesa o il canto degli inni nazionali. In Paesi come la Corea del Nord possiamo osservare anche esempi estremi di come la musica e la danza di massa possano essere utilizzate per unire e coordinare i gruppi. 
 I ricercatori hanno analizzato 304 registrazioni di musiche stilisticamente diverse provenienti da tutto il mondo per isolarne le caratteristiche comuni. Anche se non sono stati trovati “universali assoluti”, sono emersi invece decine di “universali statistici”, ossia caratteristiche che erano chiaramente presenti nella maggior parte dei brani esaminati. I risultati hanno mostrato che i ritmi basati su due o tre battute erano presenti nella musica di tutte le regioni del campione: Americhe, Europa, Africa, Medio Oriente, Asia meridionale, Asia orientale, Sud-Est asiatico e Oceania.
 Il primo autore, Pat Savage della Tokyo University of the Arts, ha dichiarato:

 In passato, noi occidentali credevamo che le nostre scale musicali fossero universali. Poi, quando ci siamo resi conto che le altre culture avevano idee assai diverse su scale e intervalli, molti hanno concluso che non esisteva niente di universale, che mi pare altrettanto sciocco. Ora abbiamo dimostrato che, malgrado la grande diversità in superficie, la maggior parte della musica in tutto il mondo è in realtà costruita con mattoni di base simili, come simili sono le sue funzioni, destinate principalmente ad avvicinare gli esseri umani.
 Al momento di analizzare i risultati, i ricercatori hanno combinato un nuovo modo di classificare la musica (originariamente introdotta da Alan Lomax, noto raccoglitore americano di musica) con l’analisi statistica per rivelare le caratteristiche che sono comuni in tutto il mondo.
Patrick E. Savage, Steven Brown, Emi Sakai, and Thomas E. Currie, Statistical universals reveal the structures and functions of human music, PNAS, 2015

giovedì 22 settembre 2016

"Il silenzio ha effetti positivi sulla salute del cervello". Alcune ricerche scientifiche spiegano i benefici dell'assenza di rumori




Di Ilaria Betti


 In un mondo pieno di rumori, il silenzio è d'oro. È in grado di infondere calma, di allontanare i pensieri negativi, ma non solo: secondo alcune ricerche, sarebbe in grado anche di migliorare sensibilmente la nostra vita e di avere un impatto positivo sulla salute, in particolare su quella del cervello.
 Il giornalista Daniel A. Gross ha ricostruito sul sito "Nautilus", in un articolo intitolato "This is your brain on silence", l'importanza del silenzio per gli esseri umani, riportando alla luce alcune ricerche sul tema. Che i rumori siano dannosi non è una novità: secondo uno studio del 2011 dell'Organizzazione mondiale della sanità, più di 3000 infarti ogni anno sarebbe causati proprio dall'inquinamento acustico. Già da tempo sono noti i collegamenti tra quest'ultimo e l'aumento dei disturbi del sonno e dei problemi cardiaci. I rumori infastidiscono perché le onde sonore penetrano nell'orecchio e la vibrazione viene convertita in segnali che il cervello riceve, reagendo immediatamente. Lo stato continuo d'allerta del cervello porta al rilascio di cortisolo, l'ormone dello stress: per questo motivo, le persone che vivono in ambienti molto rumorosi tenderebbero a sentirsi più agitate e ansiose del normale.
 Il silenzio sarebbe dunque da preferire, ma non solo in quanto opposto del rumore: avrebbe, al contrario, un ruolo attivo e nella nostra vita funzionerebbe come una specie di cura, con effetti tangibili. Secondo uno studio, portato avanti da Imke Kirste della Duke University, "due ore di silenzio al giorno solleciterebbero lo sviluppo cellulare nell'ippocampo, la regione del cervello collegata alla formazione della memoria". Gli scienziati sono fiduciosi: se la ricerca andrà avanti, forse si potrà scoprire un nuovo modo per trattare i pazienti che soffrono di malattie collegate alla regressione cellulare nell'ippocampo, come la depressione o la demenza.
 L'assenza di rumori giocherebbe a nostro favore anche nel calmare i nervi: un team di studiosi ha fatto notare che quando si ascolta una canzone, per quanto rilassante possa essere, a calmarci sono proprio quei due minuti di silenzio che precedono o seguono l'ascolto. Favorirebbe poi anche l'immaginazione: basti pensare a quando ascoltiamo una canzone e poi questa si interrompe improvvisamente e noi continuiamo lo stesso a cantarcela nella mente. L'apparente mancanza di input, dunque, sembra essere essa stessa un input. "La libertà dai rumori permette alla nostra coscienza di crearsi lo spazio giusto per fare le sue cose, per tessere ciò che siamo nel mondo e aiutarci a scoprire dove collocarci - spiega il giornalista -. Ecco il potere del silenzio".

mercoledì 21 settembre 2016

Meditazione e benessere psicofisico: come prepararsi alla meditazione e superare le prime difficoltà




Un ambiente tranquillo, uno stato d’animo rilassato e una posizione confortevole rappresentano le condizioni essenziali per avvicinarsi alla meditazione, pratica che migliora la concentrazione oltre a favorire l’equilibrio interno.

QUANDO MEDITARE

   Scegliete un momento della giornata in cui non siete troppo stanchi, per non rischiare di addormentarvi, ed evitate di meditare subito dopo i pasti.

DOVE MEDITARE

   Individuate un ambiente tranquillo, dove sapete di non essere disturbati: anche l’ufficio, con la porta chiusa e il telefono staccato, può andare benissimo. Se meditate al chiuso dovrete avere la cura di cambiare l’aria prima di cominciare. Meditare sempre nello stesso posto e nelle stesse ore può essere di qualche aiuto, ma non è indispensabile.

LA POSIZIONE IN CUI MEDITARE

   Potete sedervi a terra a gambe incrociate come su una sedia. L’importante è che la posizione prescelta lasci liberi di respirare in profondità, vi aiuti a mantenere eretta la colonna vertebrale, perchè possa seguire dolcemente i movimenti del respiro, e vi consenta di rimanere calmi, svegli e attenti.
   Sedendovi a terra a gambe incrociate potreste aver bisogno di mettere un cuscino sotto il coccige, per inclinare leggermente il bacino in avanti, e dei cuscini aggiuntivi sotto le ginocchia, in modo da poter mantenere la posizione senza contrarre le cosce per tutto il tempo necessario.
   Su una poltrona o su una sedia potrà essere utile non appoggiarsi allo schienale, usando solo la parte anteriore del sedile e tenendo i piedi ben appoggiati a terra.

SUPERARE LE PRIME DIFFICOLTA’ DELLA MEDITAZIONE

   Se le prime volte che meditate vi capita di provare un disagio fisico intenso, nausea, ansia o grande agitazione, restate fermi ma aprite gli occhi, guardatevi intorno per qualche minuto. Poi ricominciate a rilassarvi.
   Se, invece, nel corso della pratica, vi vengono in mente pensieri spiacevoli o emozioni dolorose, limitatevi a prenderne nota.
   Anche le lacrime che potrebbero comparire possono essere trattate come le altre sensazioni fisiche. E’ abbastanza comune che la meditazione porti a galla parti di noi delle quali non siamo consapevoli: questo può anche rappresentare un approccio positivo per cominciare ad affrontarle senza sentirci sopraffatti.