martedì 20 settembre 2016

Il cervello immaginario



di Pietro Greco
6 SETTEMBRE 2016
 Un errore sistematico durato 20 anni che mette in dubbio la validità delle conclusioni raggiunte con 40.000 lavori scientifici su come funziona il cervello umano visto attraverso la fMRI, la risonanza magnetica nucleare. Se Anders Eklund, dell’università svedese di Linköping, e i suoi due colleghi, Hans Knutsson e Thomas Nichols, autori di recente di un articolo pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Science (PNAS) degli Stati Uniti, hanno ragione, allora bisognerà riscrivere tre lustri di studi sul cervello “visto in azione”.
 La tecnica della fMRI (functional Magnetic Resonance Imaging) consente di “vedere” il cervello umano in azione, misurando la differenza nei flussi di sangue. Se, per esempio, io muovo una mano, una maggiore quantità di sangue affluisce nelle zone del cervello coinvolte nell’azione. La messa a punto di questa tecnica, venti anni fa, ha rivoluzionato gli studi di neurofisiologia, perché prima, in buona sostanza, il cervello umano poteva essere studiato solo dopo la morte del suo proprietario e in fase non attiva.
 Ecco perché, da quando è stata messa a punto, l’fMRI ha trovato un’ampia applicazione nei laboratori di neurofisiologia di tutto il mondo. Determinando, appunto, la pubblicazione, in media, di quasi 2.000 articoli l’anno che – è il caso di dirlo –  ci hanno dato una nuova immagine del cervello. In realtà, la fMRI non è certo un telescopio galileiano che, puntato verso il cervello, veda davvero il sangue mentre affluire. Il sangue lo vede indirettamente, applicando un’analisi statistica alla ricerca di cluster di neuroni attivi in piccole parti del cervello. Ciò che scopre lo trasforma, poi, in immagine. Gli algoritmi principali usati nei primi venti anni di fMRI sono tre: SPM, FSL e AFNI. E, sulla carta, assicurano una precisione del 95%. In pratica significa che solo in 5 casi su 100 rilevano un “falso positivo”, ovvero afflusso di sangue anche lì dove non c’è.
 Il fatto è che la reale efficacia di questi tre algoritmi non è mai stata verificata su un gruppo statisticamente significativo di persone reali. Anche perché ogni singola analisi costa molto e mettere insieme un campione reale statisticamente significativo è particolarmente oneroso. La validazione della tecnica è così avvenuta sulla base di dati simulati al computer
 Dopo una serie di indizi sospetti, Ekland e i suoi due collaboratori hanno deciso che era venuto il momento di testarli, quei tre algoritmi, sul cervello di persone reali. Hanno così selezionato un campione di 500 volontari (499, per la precisione), tutti sani, li hanno divisi in piccoli gruppi di 20, hanno detto loro di non fare assolutamente niente (in modo da essere sicuri che molte zone specifiche del cervello fossero spente), li hanno confrontati ottenendo 3 milioni di combinazioni random e hanno trovato che i falsi positivi non sono 5, ma 70 su cento. Più di due volte su tre, dunque, la fMRI rileva un’attività cerebrale lì dove non c’è. Segnalando, magari, che si è attivata una parte del cervello responsabile del movimento degli arti, mentre la persona è perfettamente ferma.
 L’errore è tale che, se confermato, porterebbe al sostanziale discredito della gran parte dei lavori di neuroscienze basati sulla fMRI. Raramente nella storia della ricerca scientifica un errore sistematico di tipo metodologico è stato commesso da così tante persone – anzi da così tanti gruppi di ricerca sparsi per il mondo – in così tanto tempo.  Le conseguenze sono (sarebbero) davvero molte. Migliaia di ore di lavoro gettate al vento. E un’intera disciplina costretta a iniziare daccapo (in realtà, l’errore di metodo è stato corretto proprio mentre Ekland e colleghi portavano avanti il loro studio e, dal 2015, non viene più commesso).   
 Tuttavia i clamorosi risultati di Anders Eklund, Hans Knutsson e Thomas Nichols ci dicono (ci suggeriscono, in attesa che a loro volta vengano validati) molto di più. In primo luogo, che aveva ragione, tutto sommato, il buon senso dei nostri avi quando esprimeva, in un proverbio, il concetto che il risparmio eccessivo non si traduce mai in guadagno. Nella scienza non è possibile, in nome della carenza di risorse, fare salti metodologici. Il rischio di errori è altissimo. In secondo luogo, ci dicono, quei risultati, che la grande novità epistemologica degli ultimi decenni, la simulazione al computer, può essere un’utile strumento, ma non uno strumento assoluto. Detto in altri termini, la “scienza simulante” non sostituisce le galileiane “sensate esperienze”. E sono queste ultime a dover avere ancora l’ultima parola.
 Tuttavia la vicenda – che si è consumata proprio mentre al CERN hanno rilevato che la sospetta presenza del “cugino grasso” del “bosone di Higgs” nei dati raccolti per alcuni mesi, in maniera indipendente, da due gruppi di ricerca con l’acceleratore LHC era solo una fluttuazione statistica e non un dato reale – dimostra, ancora una volta, che la comunità scientifica conserva buoni anticorpi. Riesce ancora ad autocorreggersi. Un errore importante, prodotto in buona come in cattiva fede, può ingannare a lungo, ma non per sempre.

Fondamenti di Neurosociologia, il primo libro italiano di Neurosociologia di Massimo Blanco



   Il manuale è il primo testo italiano di neurosociologia, disciplina nata negli Stati Uniti agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso, in seguito ad alcuni studi sull’utilizzo degli emisferi cerebrali da parte di soggetti appartenenti a differenti etnie.
Attualmente, la neurosociologia è una neuroscienza emergente che si propone di rendere applicabili le odierne conoscenze sul sistema nervoso nei campi dell’educazione, della devianza e della salutogenesi. Nel manuale vengono analizzate le strutture e le funzioni del cosiddetto “cervello sociale” in relazione all’apprendimento, al comportamento e al benessere psicofisico dell’essere umano, nonché i risvolti neurofisiologici derivanti dallo stile di vita che caratterizza l’odierna società occidentale.
   Massimo Blanco è presidente dell’Istituto di Scienze Forensi e dirige il Dipartimento di Neuroscienze Applicate alla UNISED. Inoltre, è docente a contratto di criminologia applicata all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. In qualità di libero professionista, esercita come criminologo specializzato nelle violenze di genere e nei progetti di prevenzione dei fenomeni devianti e criminali.

lunedì 19 settembre 2016

Il paese dove si vive oltre cent’anni «Fatica e sacrifici»


di Giorgio Zordan


 Mossano, il paese dei centenari. Uno studio dell’Università di Oporto, pubblicato sulla rivista inglese Journal of epidemiology and community health, ha indicato il sud est vicentino tra i luoghi più longevi di tutta Europa. E tra i paesi della zona (dati riferiti al 2015 da www.tuttaitalia.it, portale specializzato) spicca proprio il piccolo comune dei Colli Berici con un sorprendente 7 per cento della popolazione ultra 85enne (nel 2015 gli abitanti erano 1.784), staccando decisamente Orgiano, che pur vanta un notevole 4,3 per cento a sua volta seguito da Sossano (3,4 per cento), Villaga (3,3 per cento) e Campiglia dei Berici (3,2 per cento).

 CEMENTIFICAZIONE. Sarà perché qui la cementificazione non è mai arrivata ed il paesaggio ha conservato le sue antiche caratteristiche naturali continuando a restare avvolto da boschi e prati, sarà perché la quiete la fa da padrona e quando si guarda il panorama ci si butta lo stress alle spalle, sarà perché qui si sono sempre mangiati cibi genuini spesso autoprodotti ma, qualunque sia il motivo, a Mossano si vive davvero a lungo.

 A far alzare la media sicuramente la presenza del centro residenziale San Giovanni in Monte della Fondazione Opera Immacolata Concezione onlus, dove lo scorso anno è venuta a mancare la nonna d’Italia, Margherita Venzo, spentasi quando mancavano pochi giorni al traguardo delle 112 candeline; ma nella nostra provincia (la media di ultra 85enni è inferiore al 3 per cento) ci sono tanti altri comuni con case di riposo dove però raramente si supera il 4 per cento (vedi Orgiano): Vicenza ad esempio si attesta sul 3,8 per cento.

 GLI OSPITI. «Tra i nostri 152 ospiti – ha dichiarato la responsabile del centro di San Giovanni in Monte, Emanuela Bolamperti –, abbiamo ben nove ultracentenari». Ne abbiamo incontrati due cercando di carpire il segreto del loro elisir di lunga vita.
 «Non ho mai fumato – ci confida Gina, 101 anni, originaria di Vo’ Euganeo, in gioventù un passato da mondina nelle risaie di Pavia e Vercelli per poi passare a fare la casalinga a tempo pieno -. L’importante è sapersi riguardare. La mia dieta: al mattino caffè e latte, a mezzogiorno pastasciutta, la sera una minestra, ma mangio anche carne».

 PRIGIONIERO IN GRECIA. Nessun particolare segreto anche per Rino, 103 anni, nato a Villaga, scorza da alpino, che in gioventù ha dovuto fare i conti, fatto prigioniero in Grecia dopo l’8 settembre, con due anni di internamento che gli sono valsi la nomina a cavaliere, conosciuto per aver fondato a Barbarano una nota distilleria. «Anch’io non ho mai fumato. I miei passatempi? Al gioco delle carte o alla tombola preferisco leggere: sono da sempre abbonato al Giornale di Vicenza».

 VITA NEI CAMPI. Ma gli ultra 85enni non mancano anche in paese. «Mio padre ha 88 anni, mio zio 89, ed entrambi – afferma il sindaco Giorgio Fracasso –, sono attivi e continuano a seguire le loro occupazioni. Mossano conserva una vocazione agricola: viti in collina, culture in pianura anche se abbiamo una zona artigianale. Una recente statistica dice che uccide più la sedentarietà che il fumo: in passato qui la gente ha affrontato sacrifici ed ha sempre dovuto lavorare duramente, anche questa può essere una chiave di lettura sulla longevità del posto».
A Mossano non poteva mancare anche il bar centenario. Con la bella stagione è meta dei turisti della gita fuori porta, ma durante tutto l’anno il bar “Dalla Maria”, dal nome della titolare che lo ha ereditato dal padre e che ancor prima era stato fondato dal nonno, è il ritrovo di chi ha una certa età. «Una presenza - racconta Maria assieme al marito Luciano -, si può dire quotidiana, in particolare al pomeriggio per una partita di carte».
 Nel paese che fu di Margherita Venzo tutto scorre lentamente, nella mattinata il silenzio regna sovrano nel piccolo centro dei colli Berici, non c’è un’anima viva. «Il mondo si accende nel pomeriggio - spiega un residente - gli anziani stanno in casa a riposare».

http://m.ilgiornaledivicenza.it/territori/area-berica/il-paese-dove-si-viveoltre-cent-anni-fatica-e-sacrifici-1.4678925